Kean: “La Juve dono di Dio Chiellini fa paura, è cattivo M'ha lasciato una cicatrice…”


“Remember the name”. Ricorda il nome, si legge su The Players’ Tribune, il sito di culto in cui gli sportivi raccontano se stessi senza filtri. E sarà da ricordare a lungo il nome di Moise Kean, il baby prodigio bianconero e della Nazionale: sia per iscritto sia in un bellissimo video di accompagnamento parla della sua vita, una lunga scalata dall’oratorio Don Bosco di Asti fino alle luci dello Stadium, con una palla sempre come compagna fedele: “Da bambino ho sofferto abbastanza, non era facile, non ho avuto un passato come tutti gli altri ragazzi – racconta ‘Mosé’ -. È per quello che delle volte mi metto lì e penso a quanto sono stato fortunato ad aver tutto questo oggi. Ringrazio Dio ogni giorno. Il primo ricordo che ho del pallone è ad Asti, in oratorio. Facevamo i tornei su un campo in asfalto, se cadevi ti facevi male.
Una volta ero così disperato che per giocare ho rubato il pallone a un prete. Era un brav’uomo, teneva tutti i palloni in un cassetto. Però non lo chiudeva mai. Quindi ogni volta che perdevo la mia palla, magari perché l’avevo scagliata oltre una staccionata, andavo di nascosto all’oratorio, aspettavo che il prete salisse di sopra, e ne prendevo una dal suo cassetto”.
QUANTE BATTAGLIE — “Ogni giocatore doveva pagare 10 euro e io li avrei chiesti, presi in prestito, rubati e risparmiati per tutta la settimana in modo da potermi permettere la mia commissione. La squadra vincente prendeva tutti i soldi. Era una battaglia ogni settimana, se ti entravano in contrasto dovevi fingere di non sentire male, così le persone non ti avrebbero preso in giro. È così che ho imparato a giocare a calcio. È qui che è iniziato il mio viaggio. Quando giochi a calcio in questo modo, impari a giocare con la fame. Impari che il calcio, come la vita, ha alti e bassi. A volte segni all’ultimo minuto di una partita e vinci 60 euro per tutti, a volte no”.
CHIELLO NON PERDONA — “Quando cresci così, anche Giorgio Chiellini in allenamento non sembra così spaventoso. Cioè, non è vero, in realtà è spaventosissimo. Ho ancora una cicatrice sulla caviglia dall’ultima volta che ho provato a fare una giocata contro di lui. È cattivo. Quando mi alleno adesso, vedo un giocatore come Paulo Dybala e penso: ‘Cavolo, questo ragazzo spaccherebbe all’oratorio’. Penso sempre ai ragazzi di lì, perché è da lì che tutto è cominciato”.
CAMBIA LA VITA — “La mia vita è cambiata quando a 16 anni ho esordito con la Juventus. Già da un po’ mi allenavo con la prima squadra, a un certo punto contro il Pescara il mister mi chiede di andare a scaldarmi e io non ci credevo. Il tempo stava per finire, eravamo sul 4-0 per noi e pensavo: ‘Perché non mi fa entrare?’, mi giravo sempre verso l’allenatore e avevo perso un po’ le speranze. Invece no, era l’80esimo e mi chiama, allora io corro veloce, mi batteva il cuore a mille. E mi hanno applaudito tutti, appena sono entrato al posto di Mandzukic ho pensato a tutte le partite al Don Bosco giocate sull’asfalto. In quel momento ero allo Juventus Stadium con Dybala, Cuadrado, Marchisio, Buffon… Non ho mai sentito un’emozione così forte in vita mia. Tutto questo mi è stato donato da Dio. In parte Dio e in parte la strada. La strada ti insegna a essere uomo, a capire la realtà della vita e a capire ciò che ti sta intorno, nel bene e nel male”.

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