Cairo rivive il 4 maggio "Valori di unità, forza, lealtà"


Nella sala consiliare del palazzo comunale, la sindaca Chiara Appendino ha ospitato in mattinata una delegazione del club granata, guidata dal presidente Urbano Cairo, per chiudere le celebrazioni della tragedia di Superga nella quale settant’anni fa scomparve il Grande Torino. Sono intervenuti anche Franco Ossola, che ha portato la divisa da gioco del padre insieme con i racconti di quei tempi eroici; Susanna Egri, che ha rivendicato con parole molto applaudite il ruolo fondamentale di suo padre Erno Egri Erbstein, l’allenatore di quei campioni. Il giornalista-storico granata Gian Paolo Ormezzano con i suoi aneddoti. Urbano Cairo, parlando a braccio, ha ripercorso le celebrazioni di queste ultime ore.
LA PAROLE DI CAIRO — “Ringrazio il presidente del consiglio comunale Francesco Sicari e la sindaca Chiara Appendino per aver avuto la sensibilità di voler ricordare e commemorare il Grande Torino qui in sala rossa, nel posto più istituzionale della città. Siamo reduci dalla giornata del 4 maggio cominciato al cimitero monumentale per dare un saluto ai nostri caduti. Era la prima volta per me. Vedere le tombe è stato momento di grande commozione. Leggevo i nomi di questi campioni, le date di nascita, ed ecco che in quel momento li vedevo come uomini più che come campioni. Dei calciatori sappiamo tanto, tutto. Guardando le loro foto fissando i loro occhi li percepisci come ragazzi pieni di sogni e di speranze per la futura vita da uomini”.
IMPRESE E RINASCITA — “La messa in Duomo è stato un altro momento molto toccante. E poi la salita a Superga, che non avevo mai vista così piena di gente: una giornata di un’intensità incredibile. Se settanta anni dopo ricordiamo così il Grande Torino non è solo per le imprese epiche, come i 125 gol in una stagione, le 100 partite senza sconfitte, i 10 nazionali, i 3 gol di Mazzola in 3 minuti, il 10 a 0 all’Alessandria… Noi ricordiamo le gesta di quei campioni anche perché la rinascita di quell’Italia devastata dalla seconda guerra mondiale persa, e divisa quasi da una guerra civile, si accompagnò alla forza e alla bellezza del Grande Torino. Era emblematico dopo gli squilli del trombettiere Bolmida quel rimboccarsi le maniche di capitan Valentino che dava il via al quarto d’ora granata che portava almeno un paio di gol. Anche l’Italia intera fu chiamata a rimboccarsi le maniche per rinascere ed è per questo che il racconto di quel periodo si tramanda dai nonni ai figli che diventano genitori e continuano a raccontare il Grande Torino ai loro bambini. Ed ecco i bambini che salgono a centinaia a Superga, tenuti per mano da un adulto”.
VALORI DA TRAMANDARE — Il presidente granata ha poi attinto ai ricordi privati. “Anche io sono stato reso edotto sul Grande Torino dai racconti di mia madre. Quel giorno della tragedia lei era da una sua amica, corse a casa sua piangendo a dirotto: erano scomparsi i suoi campioni, era totalmente disperata. Me lo raccontava sempre. Quella squadra incarnava valori di unità assoluta di forza, di bellezza, di lealtà, di mantenimento di una parola data di generosità… Anche l’amichevole a Lisbona fu un atto di generosità, venne disputata per onorare una promessa fatta da Valentino al capitano del Benfica, Ferreira, che versava in precarie condizioni economiche. Noi del Toro di oggi dovremo essere all’altezza dei valori che ci hanno tramandato quei campioni, cercando di migliorarci sempre di più. Mia madre e don Aldo, lo storico cappellano granata, erano grandi tifosi. Se fossero qui oggi sarebbero felici come noi. Comunque da lassù anche loro ci guardano e sorridono”

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