La favola di Bianchetti Dal rischio paralisi al sogno A


l calciatore che “visse” tre volte. Una in più della Kim Novak del film-capolavoro di Alfred Hitchcock: così è tornato Matteo Bianchetti. Per un anno, l’ipotesi che smettesse di giocare è stata un’ansia con cui confrontarsi, preceduta da una ben più tremenda: quella di non poter più camminare. Per altri cinque mesi, la voglia, la fame di non mollare gli ha fatto da compagna di viaggio, insieme alla sua Debora: “Ci sposiamo il 15 giugno”, dice, parlando della ragazza con cui è fidanzato, una dolce veronese doc che l’ha reso più forte.
Facciamo alcuni passi indietro, Bianchetti, e andiamo al luglio del 2017. Che cosa successe?
“Mi sveglio alla mattina nel mio letto, in ritiro a San Martino di Castrozza, con la schiena che mi fa male. La sera sono sotto i ferri, operato d’urgenza alla spina dorsale. Cinque ore e mezza di intervento, il risveglio, la grande paura per Debora, i suoi e i miei genitori. Da lì sono ripartito”.
La paura, già. Il terrore che lei restasse paralizzato.
“Io non lo sapevo, loro sì. I medici, poi, mi spiegarono che la convalescenza sarebbe stata determinante per capire di più. Un ematoma aveva invaso un nervo, occorreva del tempo per comprendere quanto lo avesse eroso. L’équipe che mi ha seguito è stata eccezionale, è riuscita a contenere l’espansione del danno. E dopo è iniziata la battaglia”.
Ci racconti.
“Per mesi l’80% delle mie giornate le trascorrevo tra il letto e il divano. Portavo un busto, i movimenti che mi erano consentiti erano minimi. Debora è sempre stata al mio fianco, in ogni istante. Mi sono rialzato poco per volta. Il rischio della paralisi era stato superato. Ho ripreso a correre e a giocare”.
Uno spezzone di gara a San Siro con l’Inter, una intera con il Cagliari. E poi?
“Ero pronto per la partita successiva, a Bologna, ma avvertivo un fastidio all’anca sinistra. Nuovi controlli, ed ecco la mazzata: mi dicono che se scendo in campo non è da escludere che vada incontro a una ricaduta, e allora sì che avrei dovuto dire addio al calcio. Ho vissuto momenti duri, peggiori di quelli del primo stop. Lo confesso: non è stato facile resistere”.
Eppure ce l’ha fatta. E non si è abbattuto nemmeno dopo l’ennesimo agguato del destino.
“Mi riprendo, ottengo il nulla osta dai sanitari, parto per il ritiro. Due allenamenti e mi fratturo la solita anca. Altra operazione. Ormai, però, non mi spaventa più niente. Ho trascorso settimane e settimane in palestra, all’Isokinetic. Due sedute al giorno, mattina e pomeriggio, vita sociale azzerata. A dicembre ci sono: vengo convocato per la trasferta di Livorno. Restiamo senza centrali, entro. Va tutto bene, ed eccoci qui”.
Venerdì, a Perugia, ha segnato la rete del vantaggio dell’Hellas, dando il via a una vittoria fondamentale.
“Un gol che sa di vita: questo è il commento che ho letto e che mi è piaciuto più di ogni altro. Può essere una frase banale, ma è vero che nella sofferenza cresci, che trovi te stesso. Non è soltanto una questione che riguarda il calcio: ti senti differente come uomo”.
Viene in mente, sebbene vada doverosamente considerata in tutt’altra maniera, la drammatica vicenda di Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore che ha perso l’uso delle gambe dopo che gli hanno sparato, a Roma: usate parole che si somigliano.
“Persone come lui sono l’esempio più grande che si possa avere. Il suo coraggio, la passione che trasmette: questi sono gli insegnamenti cui tutti devono guardare. La gente di sport ha questa fede dentro, qualcosa che ti fa lottare quotidianamente con ancora più tenacia. Penso anche a Elena Fanchini e ad Alex Zanardi: sono modelli, riferimenti unici”.
E la sua tenacia, Bianchetti, quanto conta per il Verona?
“In tanti ci davano alla deriva, e invece ci siamo rilanciati. C’è stata una svolta? Deve essere così, ma quella decisiva arriva solamente alla fine. Con l’Hellas ho già colto due promozioni in Serie A. Una da comprimario, l’altra da presenza stabile. Sogno la terza: sarebbe bellissimo”.
La festeggerebbe con il matrimonio: due passaggi in uno.
“Debora mi ha cambiato. Stiamo insieme dal novembre del 2013, il nostro è stato davvero un colpo di fulmine. Da lei ho imparato a farmi scivolare via le preoccupazioni, ad alleggerire le pressioni. Grazie a lei non bado più a certe cose. Le ho chiesto di sposarmi a Ortisei, sulle montagne dell’Alto Adige, dove amiamo rifugiarci. Desideriamo avere una famiglia numerosa, i bambini sono splendidi: in futuro vorrei aprire una scuola calcio, trasmettere dei valori ai giovanissimi. Abbiamo preso casa a Bussolengo, appena fuori Verona. Questo è il posto in cui ho scelto di fermarmi. Per Debora, con Debora. Verona, il Verona, per noi significa un amore senza fine”.

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