L'ex giallorosso H’Maidat Il talento ribelle e le 5 rapine


Il talento con la faccia da bimbo non ha più sogni da fare, ma incubi dai quali difendersi. Ismail H’Maidat, 23 anni, il centrocampista olandese di origini marocchine che voleva diventare campione, difficilmente passerà alla storia nel calcio. Per ora è un bruttissimo caso di cronaca nera, neppure tra i più facili da spiegare. H’Maidat – che in Italia ha giocato due buone stagioni in B con il Brescia e poi per 150 mila euro (più Somma e Ndoj, totale 3,15 milioni) è stato acquistato dalla Roma, che non gli ha mai fatto vedere il campo, ma lo ha mandato in giro per l’Italia e l’Europa – è stato arrestato il 10 febbraio con l’accusa di aver partecipato, pistola in pugno, a cinque rapine in Belgio. Lui ha sempre negato e nell’ultima udienza in Tribunale c’è stato un colpo di scena: il suo presunto complice l’ha scagionato. Gli inquirenti sostengono, però, di avere prove schiaccianti della sua colpevolezza, ma proseguono le indagini per non lasciare crepe in un caso giudiziario che si è trasformato in un giallo. Per capire come Ismail abbia fatto a infilarsi in questo tunnel, bisogna premere il tasto “rewind”.
carattere inquieto — H’Maidat è nato a Enschede, città olandese confinante con la Germania, da genitori immigrati dal Marocco, il 16 giugno 1995. Che fin da piccolino avesse un talento naturale, lo avevano intuito in tanti. In particolare Renè Sterken, che lo prelevò dallo Sport Club Enschede e lo portò nelle giovanili del Twente. “Ismail è il più bravo di tutti per la tecnica, il modo di trattare la palla. Se ben seguito, potrebbe fare molta strada”, diceva. Già, se ben seguito. Perché H’Maidat mostrò subito un carattere inquieto, ribelle. Al punto che, nonostante le qualità, il Twente decise di tagliarlo per cattiva condotta. “Si comportarono male con me – si giustificò Ismail anni dopo –. Lo ammetto: non ero un ragazzo facile e ho commesso degli errori. Ma chi a 12 anni non ne fa? La realtà è che non avevano fiducia in me. Io sono un bravo ragazzo”. In sei anni il piccolo Ismail cambiò otto squadre, sempre con il padre al seguito. Poi la svolta, con l’arrivo in Italia nel 2014, quando aveva appena 19 anni, ma già un figlio. A Brescia se lo ricordano come un ragazzo normalissimo, mite. Casa-allenamenti-casa e un legame stretto con Ahmad Benali. Al campo andava in taxi. Centrocampista duttile, mancino, tecnicamente forte, aveva un limite, se così vogliamo considerarlo: sapeva di essere bravo e quindi ogni tanto appariva sbruffoncello, spaccone. Mino Raiola, all’epoca suo agente, lo portò alla Roma per fargli fare il salto di qualità, ma è probabilmente a quel punto che – mentalmente – H’Maidat è andato in tilt. Chi lo conosce racconta che il ragazzo si aspettava di far parte subito del gruppo giallorosso, invece andò prima in prestito ad Ascoli e poi a Vicenza, dove non giocò mai e si fece notare per comportamenti poco professionali. Al punto che, si racconta, in Veneto furono gli stessi compagni a fargli trovare la borsa fuori dagli spogliatoi. Anche le avventure in Portogallo all’Olhanense e poi in Belgio al Westerlo, con il suo vecchio allenatore, sono durate pochi mesi. Soliti limiti caratteriali e frequentazioni discutibili. All’ennesimo fallimento, e pur essendo ancora sotto contratto con la Roma fino al giugno 2020, nella testa di Ismail dev’essere scattato qualcosa. Se vogliamo considerare vere le cose che adesso racconteremo.
Il cappotto, l’arresto e le accuse respinte — H’Maidat è stato arrestato il 10 febbraio (ma in Olanda e in Italia si è saputo un mese dopo) nell’ambito delle indagini su alcune rapine a mano armata avvenute tra il 25 dicembre 2017 e il 25 gennaio 2018 nell’area attorno a Turnhout, nella provincia di Anversa. In particolare a Ismail sono state attribuite quelle a un casinò, a una stazione di servizio, a un supermercato e a due agenzie di scommesse, che hanno fruttato qualche migliaio di euro. E proprio sull’esiguità del bottino hanno fatto leva i suoi legali: «Non aveva debiti di gioco né problemi economici, fino a giugno percepiva 10 mila euro al mese dalla Roma», società che ha fatto sapere di non avere più nulla a che fare con lui. A incastrare fin da subito H’Maidat ci sono stati indizi molto forti, riassunti nell’ultima udienza dal p.m., che ha chiesto una condanna a 4 anni di carcere. Analizzando le celle telefoniche e i video di sorveglianza, si è scoperto che Ismail era sempre presente nelle zone delle rapine o lo era la sua auto. Durante una perquisizione nella casa del calciatore, inoltre, sono stati trovati un cappotto e un paio di scarpe compatibili con quelli di uno dei rapinatori. “Sui luoghi delle rapine non sono stati trovati il dna o le impronte digitali del mio assistito. E non si trovano neppure arma e bottino”, ha spiegato l’avvocato Walter Damen, che già nei primi giorni di detenzione aveva chiesto la scarcerazione di Ismail, per permettergli di continuare ad allenarsi in vista di un ingaggio: “Non ha commesso lui quei reati, è capitato che in passato abbia prestato la sua macchina e questo particolare lo sta incastrando”.
“Non c’era lui con me” — Il colpo di scena c’è stato qualche settimana fa, quando durante un’udienza in Tribunale, Alexandre D.C., uno degli arrestati, ha confessato di essere l’autore di quattro delle cinque rapine: «Mi pento di quello che ho fatto, ma non devo essere io a dire chi ci fosse con me», aveva detto in apertura di udienza. E alla fine aveva aggiunto: «Ismail non c’era», aggiungendo il nome di un certo Ryan, sul quale adesso si concentrano le attenzioni degli inquirenti. Sterken, lo scopritore di H’Maidat, è sicuro: «Ismail è un bravissimo ragazzo, la differenza tra essere indisciplinato o rapinatore è molto grande. Penso che si sia fidato degli amici sbagliati, che volesse aiutare qualcuno, e si è ritrovato in questo guaio». H’Maidat ha passato in carcere circa quattro mesi e con molta probabilità non tornerà mai più nel calcio ad alti livelli. È soltanto un ragazzo tradito dal carattere e dalle cattive amicizie o una vittima della malagiustizia? Il caso non è ancora chiuso.

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