Caruana, Texas e furore “Ma l’orgoglio è italiano”


Liam Caruana non è l’ennesimo trito elogio dei talenti in fuga da un’Italia che non offre chance. Anzi. L’occasione della vita, che lui è stato perfetto nel cogliere al volo, gli è capitata proprio nel suo Paese d’origine: questa wild card per le Next Gen Atp Finals giunta come una rinascita al termine di un’annata troppo brutta per essere vera. Un’Italia che è culla e destino: Roma come città natale, Milano come trampolino di lancio. Ma con gli Stati Uniti, prima la California e poi il Texas, come residenza e luogo dove crescere, anche tennisticamente.
TEXANO — Liam ha soltanto sei anni quando la famiglia si sposta negli States per via del lavoro di papà Massimo, ora suo coach. Ed è lì che il ragazzo impara a tenere in mano una racchetta, affinando poi a Austin le sue qualità, montate su un fisico di un normotipo, che però ha ottime doti tecniche e sa creare entusiasmo, dentro se stesso e attorno a lui. Un carattere forte e determinato che si vede nell’anticipo con cui colpisce la palla, come da tipica scuola a stelle e strisce. Ma con la capacità di lottare, di trovare soluzioni anomale, più vicina alla fantasia mediterranea. Caruana è questo: un impasto ben riuscito di culture e insegnamenti diversi Compreso qualcosa di argentino, perché accanto al padre c’è stato per un periodo un coach di esperienza come Mariano Monachesi: «Però io mi sento italiano al cento per cento, anche se magari non parlo perfettamente la lingua: tanti anni lontano da Roma evidentemente hanno lasciato qualche traccia. Spero di trasmettere il mio entusiasmo e il mio orgoglio al pubblico di Milano».
RIMONTE — «Believe it, credici. Questa qualificazione era un sogno – sottolinea il ventenne azzurro mischiando per l’appunto italiano e inglese – a cui però ho sempre creduto, anche quando ero sotto e stavo giocando male». E gli è capitato spesso, nel torneo riservato agli italiani. Eppure non si è mai fatto intimidire dalla situazione, non si è mai fatto bloccare dalla paura di non farcela. Al contrario, ha sempre pensato a cosa poteva fare per ribaltare il punteggio, per venire a capo del suo avversario nonostante il suo tennis non fosse al top. Una dote che non si insegna.
AVVERSARI — «I giocatori che affronterò in Fiera? Li conosco più o meno tutti, perché con loro ho condiviso i tornei juniores. Con Fritz mi sono addirittura allenato fino ai 14 anni, mentre Tiafoe era un mio avversario nelle prove giovanili. Con Tsitsipas, invece, ho un conto in sospeso, visto che mi ha battuto quattro volte in quattro incontri…». Sarà senza dubbio un buon modo per capire a che punto si trova il suo tennis, dopo un’annata che fino a una settimana fa sembrava qualcosa di simile a una doccia gelata: da un posto nei top 400 di inizio 2018 a una discesa fuori dai 600; da un primo torneo Atp (a Auckland in gennaio) che lo aveva visto feroce avversario di un tipo tosto come Steve Johnson (oggi 36 al mondo), alla fatica nell’arrivare ai quarti di un Futures. Malgrado una programmazione impostata per due terzi sul veloce, come piace a lui, così diverso dall’italiano che appena può se ne scappa sulla terra.
FEDE — E in mezzo, che è accaduto? «Che forse non ero pronto mentalmente per fare quel salto di qualità che richiede il circuito pro. Ma questo risultato mi spingerà a lavorare ancora più duramente, e il prossimo anno dovrò essere certamente più “professional”. Capace di stare al passo con le mie ambizioni». Che sono importanti. Perché Liam non si è mai dimenticato di quando, tra gli under 18, teneva testa ai migliori e vinceva tornei di qualità, fino ad arrivare al numero 22 del ranking Itf. Ad aiutarlo c’è una famiglia «che è rimasta italiana in tutto e per tutto», una fidanzata che gli sta vicino da sei mesi e una fede incrollabile. Nella Bibbia, tanto che un verso se lo è fatto pure tatuare sul costato, e nelle sue capacità.

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