Baldini: "Qual è la magia? Adrenalina, tifo e segreti"


Olimpionico nel 2004 ad Atene, nella patria della maratona, Stefano Baldini è l’uomo perfetto per portarci a New York nel giorno in cui oltre quarantamila fanatici corrono i 42.195 metri più incredibili del mondo. A 47 anni il campione reggiano è nella Grande Mela, ma solo per accompagnare due maratoneti che hanno vinto un concorso. «Mi alleno ancora, ma per massimo 15-18 km – spiega –, quindi non potrei coprire l’intera distanza senza rischiare infortuni». Lui il massacrante percorso da Staten Island a Central Park l’ha già battuto otto volte (di cui 5 da Elite) classificandosi terzo, quarto, quinto, sesto e settimo. Detiene il record italiano sia sul vecchio tracciato (2h09’31”) sia sul nuovo, introdotto dal 2002 senza due salite a Central Park: 2h09’12”.
Baldini, perché la maratona di New York è unica?
«Perché clima e percorso sono particolari, tra il vento, le strade con le buche, i ponti e i vari dislivelli. Poi per chi arriva dall’Europa c’è il jet leg. E visto che sei in una città così bella, nei giorni prima cammini molto da turista. Anche se negli ultimi anni la tendenza è quella di arrivare a ridosso della gara per poi fermarsi nei giorni seguenti. Il tutto senza dimenticare la logistica».
Ci spieghi meglio.
«Ci sono oltre 40mila persone da trasportare alla partenza, situata lontano da Manhattan. Quindi col via fissato alle 10 bisogna alzarsi alle 3-4 di notte per raggiungere uno dei punti di raccolta in città da dove i pullman ti portano al campo base. Lì l’usanza è quella di lanciare sugli alberi i vestiti con cui ci si è riparati dal freddo. Poi vengono raccolti e portati ai senzatetto».
Si parte dal ponte di Verrazzano.
«Che da qualche anno è stato chiuso al pubblico. Cosa che mi piace perché al colpo di cannone cala un silenzio surreale e, dopo ore d’attesa nel caos, tra cori e onde, riesci a stare un attimo solo con te stesso e a parlare con il tuo corpo».
Questa maratona è famosa per la cornice di pubblico, però i primi chilometri sono tranquilli.
«Vero, ma dall’ottavo km inizia il caos che ti introduce all’inferno di Manhattan. Ci arrivi alla fine del Queensboro Bridge, senza pubblico per motivi di sicurezza, con soltanto le vibrazioni del ponte e il rimbombo delle scarpette tra le due campate. Poi la curva a gomito dove inizia la First Avenue. Da lì in avanti si scatena il finimondo ed è la gente a trascinarti al traguardo».
Consigli pratici?
«In questi vialoni interminabili pieni di saliscendi in cui si vedono soltanto i semafori è importante non stare al centro ma battezzare un lato della strada per evitare il vento che non manca mai e soprattutto per assorbire l’energia della gente. Poi non guasta scriversi il proprio nome sul pettorale, così ti possono incitare direttamente».
L’ingresso a Manhattan è il momento più duro?
«Lì devi stare molto concentrato, si accende la lampadina. Ma dopo i 6 km della First Avenue arriva il Bronx. È il momento della verità, anche perché lì il pubblico è più scarso. Poi si torna lungo la Fifth Avenue, prima dell’ingresso a Central Park. Dove la marea umana è davvero impressionante».
Al proposito, conviene dare qualche dritta pure a chi vuole incitare gli amici.
«Non mettetevi negli ultimi 2-3 km, non vi vedrebbe e sentirebbe nessuno. Meglio posizionarsi all’ingresso di Central Park».
La maratona riesce a cambiare anche la faccia di questa città così frenetica e cosmopolita?
«Eccome! Nei giorni prima, soprattutto all’alba, vedi ovunque gente che corre. Non soltanto nel parco, dove si provano gli ultimi tratti del percorso. Poi c’è la paralisi nel giorno della gara. Ma New York sa essere molto tollerante, si adegua, scende in strada a festeggiare invece che maledire il blocco del traffico. Per fortuna negli ultimi anni sta cambiando qualcosa anche nelle nostre città».
Finora ci siamo concentrati sugli aspetti più duri e faticosi. Provi invece a spiegarci perché correre la maratona di New York è anche un’esperienza stupenda.
«Perché è una specie di droga. Ogni volta all’ultimo metro ti dici “mai più” e appena passato il traguardo pensi alla prossima! Perché corri tra i grattacieli più belli e assurdi del mondo. Perché c’è l’adrenalina di sapere che stai facendo la storia, che quello è un momento unico nella tua vita. E quando torni in albergo stravolto, e a piedi perché taxi e mezzi pubblici sono fermi, guardi quella medaglia che nei giorni seguenti devi tenerti sempre al collo. Ovunque vai gli altri la vedono e ti dicono “well done”, ben fatto. Una bella iniezione di autostima. New York insomma è davvero speciale. Ci sono andato venti volte e ho sempre portato indietro qualcosa di nuovo».
Per finire, una domanda più tecnica. Lei che nella maratona ha vinto, tra le altre cose, due ori europei e uno olimpico quanto tempo crede che servirà per abbattere il fatidico muro delle due ore?
«Succederà, ma non a breve. Innanzitutto perché Eliud Kipchoge, il keniano che il 16 settembre ha stabilito il nuovo primato con 2h1’39”, è l’unico al mondo in grado di avvicinarsi a questo limite mostruoso. E questo malgrado una massa di africani che fanno cose egregie. Ma quei 580 metri che mancano a Kipchoge sono i più difficili. Quello che ha fatto a Berlino resta incredibile, perché nel Breaking 2 del maggio scorso a Monza, quando andò a 24” dal muro, correva con un’auto davanti a fargli il ritmo, su asfalto perfetto e senza curve a 90°. A scendere sotto alle due ore insomma potrebbero essere i figli di questa generazione».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *