Storica rottura Wada-Usa “L’antidoping è in crisi”


Ormai è scontro totale fra gli Stati Uniti (e non solo) e la Wada sulla lotta al doping. Ieri, in un vertice convocato alla Casa Bianca dall’Ufficio politiche antidroga e dall’agenzia antidoping statunitense (USADA), si è consumata una rottura storica. Alla riunione hanno partecipato anche 14 atleti e diversi rappresentanti delle strutture antidoping di Australia, Canada, Germania, Irlanda, Regno Unito e Norvegia. Durissime critiche sono state espresse rispetto alla decisione dell’Agenzia mondiale antidoping di procedere al reintegro della Rusada (l’agenzia antidoping russa) nel caso in cui Mosca riconosca i risultati del rapporto McLaren sul doping di Stato e consenta l’accesso ai dati raccolti nel vecchio laboratorio al centro delle accuse. Ma il discorso sembra essere più generale. E riguarda in particolare, gli atleti.
Denunce e lacrime — L’intervento più duro, e in qualche modo politicamente più significativo, è stato quello di Linda Helleland, ministro della gioventù in Norvegia e vicepresidente della Wada, che ha parlato a titolo individuale: “Gli atleti – ha detto la Helleland – hanno cominciato una marcia per la trasparenza, l’indipendenza e il cambiamento”. E James Carroll, direttore dell’ufficio antidroga della Casa Bianca, ha sottolineato la gravità della situazione: “Non stiamo chiedendo un cambiamento della Wada. Stiamo chiedendo un sistematico e profondo cambiamento”. Tyson Tygart, il grande accusatore di Lance Armstrong, ceo dell’Usada, è stato ancora più tranchant: “L’antidoping è in crisi, gli atleti lo denunciano. E invece di lavorare con loro, noi ascoltiamo accuse e attacchi contro le persone che vogliono riformare il sistema”. Il momento più forte del vertice è arrivato con l’intervento di Alysia Montaño, mezzofondista quarta a Londra in quegli 800 vinti dalla Savinova poi squalificata, che raccontando la sua esperienza non è riuscita a evitare le lacrime.
“e le vostre leghe?” — E’ arrivata da Londra anche la risposta della Wada. Il presidente Craig Reedie, di cui lo stesso Tygart ha chiesto ripetutamente ed esplicitamente le dimissioni, ha intanto raccontato di essere particolarmente provato dal momento. “Mia moglie mi ha dato un out out pochi giorni fa: dimissioni o divorzio. Fortunatamente poi si è calmata…” Ma al di là degli effetti familiari dell’alta tensione di queste settimane, Reedie ha cercato di controbattere al vertice della Casa Bianca puntando il dito contro le leghe professionistiche statunitensi che si rifiutano di uniformarsi alle regole del codice mondiale antidoping: “L’Usada dovrebbe fare di tutto per convincere le associazioni dei giocatori ad osservarlo, sarebbe un esempio importante per tutto il mondo”. Quanto alla sollecitazione di un cambiamento, Reedie è stato pesante: “Lo stanno dicendo da due anni e mezzo, sono ripetitivi”. L’attuale presidente ha un altro anni davanti a sé alla guida della Wada. Ma la stessa Agenzia Mondiale Antidoping sta prendendo in considerazione la necessità di cambiare le regole che vogliono un’alternanza fra un presidente nominato dai governi e uno dal Cio (di cui Reedie è stato vicepresidente).
lunedì a roma — Intanto lunedì comincia a Roma un simposio scientifico organizzato dalla Wada e dalla Federmedici sportivi italiana sul tema delle “strategie antidoping basate sul passaporto biologico dell’atleta”. Con il presidente del Coni Giovanni Malagò, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e il responsabile di Nado Italia Leonardo Gallitelli, ci sarà anche Olivier Niggli, direttore generale della Wada. Inevitabile che anche lui dica la sua sullo scontro che sta investendo tutto il mondo dell’antidoping.

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