Fantini alla Rotta del Rhum “Così si avvera il sogno”


“Faccio ancora fatica a realizzare di essere qui. Mai avrei immaginato di riuscirci. Anche se siamo ancora da questa parte dell’Atlantico e solo quando sarò dall’altra, potrò dire di aver realizzato il mio sogno”. E il qui per Andrea Fantini, classe 1982 da Ferrara, è il porto di Saint Malo, la città dei pirati in Bretagna, mentre il sogno è l’undicesima Route du Rhum, la transatlantica in solitario con traguardo a Pointe-à-Pitre sul’isola di Guadalupa, nei Caraibi (sono 3542 miglia), che parte domenica 4 novembre. Un sogno che per Fantini (uno dei due italiani in gara, l’altro è Andrea Mura) sarà anche la prima regata transatlantica in solitario dopo un curriculum che comprende altre transatlantiche ma in coppia come la Transat Jacques Vabre, due anni con Giovanni Soldini a bordo del primo Maserati (il monoscafo) e poi, una volta passato ai 12 metri di un Class 40, una serie di regate comprese le classiche della Giraglia, del Fastnet e della Middle Sea Race. Ora è la volta della Route du Rhum (nome ufficiale Route du Rhum – Destination Guadalupe) con il suo Enel Green Power, nuovo nome di Magalè, barca plurivittoriosa di Giovanni Soldini. Enel Green Power è uno dei 53 Class 40 al via di questa edizione da record con 123 barche tra multiscafi e monoscafi, grandi e piccoli sulla linea.
Come ci si sente alla prima solitaria attraverso l’Atlantico?
“Contento di esserci. Avevo pensato di fare la solitaria dall’Inghilterra agli USA del 2017 ma per prepararsi in tempo c’era un problema di budget. È sempre molto complicato trovare uno sponsor. Però da due anni c’è Enel Green Power e sono stati due anni bellissimi. E siamo qui”.
E che impressione fa essere qui?
“È incredibile. Un mare di gente. Come fossero i mondiali di calcio in Italia. Capisci perché in Francia riesci a trovare sponsor e perché qui esistono gli sponsor nella vela. Tra gli skipper poi c’è molta solidarietà, direi amicizia. Certo, i big sono più difficili da avvicinare, ma anche loro sono disponibili. Se gli chiedi un consiglio sono felici di dartelo. Insomma, un mondo diverso da quello in Italia”.
Hai detto che fatichi a realizzare. Perché?
“Perché in Italia è molto difficile fare questo lavoro e devi essere consapevole che forse non troverai mai le risorse per realizzare il tuo progetto. Devi sempre essere pronto a cambiare obiettivo. In Italia ci sono molti come me, tanti più bravi di me, che meriterebbero di essere qui a Saint Malo, ma non ce l’hanno fatta per questioni di budget. Un peccato”.
Passando alla regata, cosa ti aspetti?
“Ci sono delle fasi tipiche in questa transatlantica. All’inizio le depressioni e i venti forti da Ovest nel Golfo di Biscaglia, la discesa lungo Portogallo e l’Africa per andare a prendere gli Alisei, la traversata e poi l’arrivo ai Caraibi. Non vedo l’ora di viverle una per una. Ho letto tutto il possibile e mi sono preparato. Da piccolo quando leggevo della prima edizione di questa regata, di questi navigatori che attraversavano l’Atlantico da soli, sognavo di fare la stessa cosa. È lì che è cominciata la storia”.
C’è qualcosa di particolare che porterai in regata?
“No, non ho mascotte o portafortuna. Mi sto organizzando con della musica. Sarà anche questa una prima volta. Ma ogni tanto fa bene. Non so cosa ascolterò. Ho incaricato degli amici di farmi una playlist. Sarà una sorpresa”.
E cambusa?
“Ho navigato tanto con Giovanni Soldini e quindi la sua famosa pastasciutta nella pentola a pressione non mancherà. Ma per i primi giorni, con previsioni di brutto tempo, andrò di liofilizzati. Poi cose normali”.
La regata è finita. Siamo a Pointe-à-Pitre. Risultato a parte che succede?
“Con il 2018 termina la sponsorizzazione quindi metto la barca in porto e poi, visto che non c’è il budget per caricarla su una nave per riportarla a casa, si torna via mare. C’è una regata in equipaggio che parte il 23 marzo. Va da Guadalupa in Francia, a La Rochelle”.
E poi?
“Sistemo la barca e la riconsegno a Giovanni. E ricomincio a cercare uno sponsor. Si riparte da zero”.
Insomma, tutto il contrario di un lavoro con il posto fisso…
“Sì, è un lavoro assolutamente precario. Ma non farei altro, anche perché ho un altro sogno: il giro del mondo in solitario, il Vendée Globe. E poi è talmente breve la vita che se non fai subito quello che ti piace basta che ti capiti un piccolo problema e t’è scappato via. E non lo ripigli più”.

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