Oddo: "Milan, stai sereno Con Rino sei da Champions"


È tornato nella sua Milano, dove è arrivato diciassettenne nel 1993, e ha smesso di indossare la maglia del Milan nel 2011. Ora, però, l’allenatore-laureato Massimo Oddo è disoccupato. Da fine aprile quando ha pagato le 11 sconfitte di fila a Udine. Una lunga vacanza, con tappe al Mondiale, a Dubai e Mykonos, tanto mare e foot volley a Pescara e ora nuovamente nel cuore di Milano, Brera dove si gode di più i figli, Davide e Francesco. E dove riassapora il gusto di andare a San Siro a vedere il Milan da spettatore interessato come ha fatto per la partita con la Roma. Oddo non prende più a pugni le porte dal nervosismo come confessò di fare la prima volta da disoccupato. “È il secondo anno che non comincio la stagione. Ho metabolizzato. Vado anche allo stadio con mio figlio Francesco anche se lui mi dice sempre che preferisce giocare”.
A vedere l’amico Rino Gattuso. Pensi che di quelli che giocavano con lei al Milan, tre allenano, Gattuso, appunto, Alessandro Nesta e Pippo Inzaghi. Se lo sarebbe aspettato di vederli in panchina?
“Dei tre quello che vedevo di più è Rino. Lo aveva dentro. Di Nesta non lo avrei mai detto, ma quando ci siamo visti a Miami ho visto un’altra persona, di Pippo ho sempre pensato che ci avrebbe potuto provare”.
Come vede questo Milan?
“Molto bene. Ero in tribuna per la Roma e l’ha vinta meritatamente, ma io ho visto un bel Milan per 70 minuti anche col Napoli e la sconfitta è stata una casualità. È sicuramente sulla strada giusta e credo possa ambire ai posti per la Champions, è una squadra di livello”.
Perché?
“Perche ha un Higuain in più. L’argentino è proprio il giocatore che mancava al Milan. Che è, tra le grandi, la squadra che ha più margini di miglioramento e di crescita. Se penso a un acquisto come Caldara che è un difensore molto forte”.
A proposito di giovani, è vero che lei è da sempre un estimatore di Cutrone?
“Mi piace molto. Ci fu una mezza trattativa quando allenai il Pescara in A. Lo volevo”.
Basta Milan, parliamo di lei: come se la passa?
“Mi aggiorno. Tutti gli allenatori sono diversi. In passato ho seguito Simeone ed Emery. Presto andrò anche in Inghilterra. Comunque ho già ripreso ad andare negli stadi”.
Ci spieghi: un allenatore con quale occhio guarda una partita? Cosa guarda?
“Le confesserò una cosa che, magari, voi giornalisti non rilevate: paradossalmente per noi allenatori, a volte, è meglio vedere uno 0-0 che una partita con tanti gol. Per ogni gol c’è un errore. In uno 0-0 ci può essere una partita perfetta, ma è chiaro che lo spettatore va allo stadio per vedere i gol”.
Lei è stato anche al Mondiale: cosa ha insegnato?
“Che c’è un livellamento generale, grande organizzazione. E una Francia ben ricostruita. Poi il bel calcio della Croazia, molto offensivo. Il calcio che ho sempre ricercato nella mia idea: qualità, palla a terra, personalità, sicurezza che ho trovato anche negli uomini forti dell’Inter come Perisic e Brozovic. Li ho visti diversi rispetto al club, si sentivano leader”.
Quanta rabbia le crea la ferita di Udine? Partito forte, 5 vittorie, e caduto male dopo 11 sconfitte di fila.
“Non riesco ancora a dare una spiegazione a quelle 11 sconfitte. Un peccato perché era iniziata bene con tanti buoni presupposti. Ma a fine anno, vedendo la situazione dell’attacco, avvertii la società. E dissi: se si fa male Lasagna qui è un disastro. Qualcosa dobbiamo fare. Non si è fatto nulla, è partito pure Bajic. E Lasagna si è fatto male ed è stato fuori a lungo. E abbiamo cominciato a perdere. Certo, un senso di delusione c’è. Sono uscito a quattro giornate dalla fine, ma sono sicuro che, comunque, ci saremmo salvati”.
Ora cosa cerca?
“Ho bisogno di rilanciarmi, anche in serie B o all’estero, perché no? In questi mesi ho parlato con alcuni club. Alcuni presidenti mi chiedono di far giocare la loro squadra come il mio Pescara che salì in A. Ma io devo spiegare che, per vedere quel Pescara, devo essere supportato tecnicamente con i giocatori adatti. Niente false aspettative. Ma un club che ha davvero fiducia in me”.
Ha un modulo di base o è d’accordo col nuovo allenatore dell’Udinese Julio Velazquez che ripete all’infinito che il modulo è dinamico?
“Sono d’accordo. Lo faceva già capire Liedholm. Io ho una filosofia: in campo bisogna muoversi e sapersi muovere seguendo tre concetti: palla, compagno, avversario”.

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