Apnea: quando serve per vincere ora negli altri sport


Mara Navarria, iridata della spada, dice che dopo aver allenato le stoccate sott’acqua, in pedana le sembra di volare. A Michele Lamaro, miglior giocatore del campionato italiano di rugby 2017-18, pare di scendere in campo «con una riserva di ossigeno in più» perché «l’apnea ti insegna a utilizzarlo meglio». Sara Cardin, azzurra del karate, si prepara ai Giochi di Tokyo riproducendo sott’acqua i movimenti del suo sport.
SOTTO PRESSIONEBenvenuti nell’acqua profonda, l’ultima frontiera della preparazione. Rugbisti, schermidori, sciatori, canottieri, ma anche triatleti e ginnasti — insomma gli atleti delle discipline più disparate e più lontane dall’acqua — si stanno mettendo il costume. Lo sport ha iniziato a esplorare il mondo sommerso, come se andasse alla caccia di un tesoro. Il Sacro Graal è l’ottimizzazione del respiro e la gestione delle situazioni di difficoltà, di stress. Lo spiega Alessandro Vergendo, consulente sportivo, la persona che ha avvicinato Mara Navarria al mondo dell’apnea. Quando può, la medaglia d’oro di Wuxi si allena nella piscina Y-40 di Montegrotto Terme, profonda 42 metri e frequentata, tra gli altri, anche da atleti ed ex atleti di livello come Rachele Sangiuliano, Luca Dotto, Igor Cassina, Valeria Straneo, Rossano Galtarossa e dall’apneista Umberto Pelizzari. «L’apnea è un’esperienza fondamentale per far emergere gli schemi di comportamento sotto stress — spiega Vergendo —. Trattenere il fiato e sentire sui muscoli la pressione idrostatica scatena un’emotività simile a quella che possiamo vivere al lavoro, oppure sulla pedana del nostro sport. L’idea è quindi di far emergere queste reazioni per farle notare all’atleta e per modificarle con lui. Nella scherma, ad esempio, quando si arriva alle stoccate decisive si tende ad accelerare i ritmi, a voler concludere. Così però i movimenti diventano meno precisi, la tecnica si “sporca”, i muscoli si contraggono. Sott’acqua l’atleta si abitua a stare nella tensione. L’apnea statica ti permette di ascoltare ciò che avviene nel tuo corpo, a vivere le contrazioni, a sentire i pensieri che scappano, l’insofferenza, il dolore».
RECUPERO — Il tutto ha senso se affrontato in condizioni di estrema sicurezza, nelle strutture adatte, accompagnati da istruttori qualificati. «Con l’apnea ho conosciuto la respirazione, l’uso del diaframma, ho capito quanto sia preziosa l’aria — racconta Mara Navarria —. L’acqua ti dà un attrito tale che in pedana ti sembra di volare. Muovere la spada quando sei immersa non è facile, è una danza diversa da quell’arte che di solito portiamo in pedana, ma per me è utilissimo, infatti ho inserito l’apnea nella preparazione. Non più sala pesi ma acqua, mi sembra di essere al parco giochi. In più sott’acqua ho imparato a gestire il recupero. Noi gareggiamo su tre tempi da tre minuti, con un minuto di recupero a dividerli. In quei momenti faccio gli esercizi degli apneisti, non quelli della scherma: gestisco il diaframma, le pulsazioni, concentro lo sguardo. Se quando sei immersa ti guardi in giro, se ti distrai, dopo venti secondi sali. Paura? Più che altro, la prima volta che mi sono calata nel mare di Rodi, mi ha fatto impressione il buio. Con Alessandro, in ogni caso, quando sento la fame d’aria mi giro e risalgo. Nessun rischio. Io non scherzo, sono una mamma».
DI SQUADRA — Nell’apnea intesa come strumento propedeutico conta il come, non quanto si è scesi. «La definirei “apnea consapevole” — prosegue Vergendo —. L’atleta deve focalizzarsi sul processo, l’aspetto numerico viene di conseguenza. Detto questo, alcuni ragazzi della nazionale di sci spagnola a Montegrotto sono arrivati a -40. E con la sua “statica” Mara Navarria potrebbe partecipare ai campionati italiani di apnea». A maggio, nei giorni che precedettero la finale scudetto di rugby poi vinta dal Petrarca sul Calvisano, Michele Lamaro era sceso a -28. «Il segreto è che io e mio fratello amiamo la pesca e siamo sempre stati abituati alle immersioni — racconta il terza linea romano —. Quell’esperienza mi è piaciuta perché è distante dal nostro habitat. Nel rugby fai tutto di corsa, c’è il contatto fisico mentre nell’apnea è tutto mentale, devi avere pazienza, respirare lentamente per abbassare i battiti. Gestire la respirazione aiuta a utilizzare meglio l’ossigeno». «Quella giornata nacque per far vivere ai ragazzi qualcosa di diverso — rilancia Andrea Marcato, ex azzurro ora tecnico del Petrarca tricolore —. Quest’anno vorremmo andare più spesso, farlo diventare un allenamento, andare sullo specifico. Credo che l’apnea aiuti a ritrovare la concentrazione nei momenti difficili, a liberare la mente, a recuperare il focus. E poi ti aiuta ad andare oltre il limite: a maggio qualcuno arrivò a -12, qualcun altro rilanciò scendendo a -14. Ai ragazzi venne voglia di misurarsi, anche se il 99 per cento di loro era alla prima esperienza».
EMOTIVITà — Anche le azzurre del nuoto sincronizzato sfruttano l’apnea. «Devono essere una squadra, tra loro deve esserci quasi telepatia — conclude Vergendo —. Il lavoro in acqua facilita la condivisione, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva. Lì sotto devi fidarti di chi ti assiste, di chi fa un esercizio con te, altrimenti perdi in termini di performance. Il non respirare sott’acqua ti mette sotto stress, in quel momento attivi delle difese. Sono quelli i comportamenti che vanno notati e sui quali bisogna lavorare per migliorare».

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