Bologna-Inzaghi è ufficiale Super Pippo torna in A


Semaforo Verdi per… Inzaghi: con un pizzico di fantasia, si possono riassumere con questo gioco di parole gli ultimi giorni trascorsi in casa Bologna. Ore calde, molto calde e non solo per il primo assaggio d’estate che comincia a farsi sentire: dalle parti di Casteldebole, infatti, hanno fatto i conti con un “traffico” insolito in questo periodo della stagione. Per un Verdi che saluta, per sposare il progetto del nuovo Napoli di Ancelotti, c’è un Filippo Inzaghi che si siede sulla panchina del Dall’Ara, dove non ha mai allenato, nemmeno da avversario. L’annuncio ufficiale della società, atteso già da ieri, è arrivato.

DA UN EX MILAN A… UN EX MILAN — Inzaghi prende il posto di Roberto Donadoni, che ha chiuso il suo rapporto con il club di Joey Saputo dopo due anni e mezzo di luci e ombre: l’obiettivo della salvezza non è (quasi) mai stato in discussione, vero, tuttavia lo strappo nel rapporto con gran parte della piazza era ormai difficile da ricucire. Le maggiori critiche da parte di tifosi e addetti ai lavori? Un gioco spesso non brillante e un percorso di crescita sfociato in una sorta di involuzione, almeno sotto il profilo dei punti (122 in 108 gare, media di 1,13 a partita) e della classifica: dai 42 punti del 2015-16 (compresa la non esaltante parentesi iniziale di Delio Rossi) si è passati poi rispettivamente a 41 e 39 nelle due annate successive. Da evidenziare, tuttavia, l’evoluzione esponenziale di alcuni prospetti come Diawara, Pulgar, Verdi e (infortuni permettendo) Di Francesco. Chiusa l’era del tecnico bergamasco la palla passa ora a Inzaghi, che come Donadoni ama plasmare la sua squadra dal punto di vista tattico alternando il 3-5-2 al 4-3-3. E che, come il suo predecessore, ha il Milan nel dna visto che ha sia giocato sia allenato (a differenza di Donadoni) in rossonero.
DESTINO ROSSOBLù — Proprio l’esperienza al Milan nel 2014-15 rappresenta una chiave di lettura importante della carriera da tecnico di Inzaghi, che evidentemente aveva il Bologna nel suo destino. Perché? Principalmente per due motivi. Numero uno: il 10° posto finale col Milan, dopo i grandi proclami estivi, poteva rappresentare la classica mazzata “stronca-carriera” per un allenatore al primo vero esame tra i grandi (dopo aver guidato Allievi e Primavera dei rossoneri). SuperPippo, invece, nonostante un curriculum straordinario da calciatore si è armato di una quantità industriale di umiltà e ha deciso di ripartire due estati fa, dopo un anno di stop, dalla Serie C. Più nello specifico dal neopromosso Venezia di Joe Tacopina che, sempre nel 2014-15 (ecco il primo intreccio con il filo del destino rossoblù), aveva contribuito a riportare il Bologna in A salvo poi lasciarlo nelle mani di Joey Saputo per spostarsi sulla Laguna. La ripartenza è stata praticamente immediata: Pippo stravince il campionato e riporta i lagunari in B dopo 12 anni di assenza, sfiorando poi il clamoroso doppio salto di categoria sfumato nella semifinale playoff persa contro il Palermo. Inzaghi si può consolare: allenerà ugualmente in Serie A e a Bologna ritroverà un certo Destro, espressamente richiesto ai tempi del Milan nella sessione di mercato dell’inverno 2015. Restarono insieme, in rossonero, appena un semestre senza grossi sussulti, e adesso si ritrovano sotto le Due Torri. Dove Destro non è mai realmente esploso (i fasti di Siena e – in parte – Roma sembrano lontanissimi) e dove Inzaghi vuole dimostrare a tutti che è diventato un tecnico da massima serie. “Due destini che si uniscono”, canterebbero i Tiromancino. Così come quelli di Inzaghi e del Bologna: un matrimonio scritto dal fato…

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