La Triple Crown di Justify firmata dal profeta Baffert


Justify galoppa davanti, braccia e mani del fantino Mike Smith ne assecondano lo slancio senza richieste ulteriori. «Piede» sull’acceleratore all’ingresso del curvone conclusivo, il boato dei quasi 90.000 stipati sulle tribune di Belmont Park (New York) viene subito strozzato dalla progressione di Gronkowsky lungo lo steccato, dal cuore del gruppo. Ma è solo un attimo, di paura per tutti. Appena in retta Mike Smith chiede a Justify di ripartire. Progressione puntuale e il predestinato chiude la partita con quasi due lunghezze di vantaggio. Gronkowsky secondo, davanti a Hofburg. Esibizione strepitosa di un campione dal modello monumentale, capace di scaricare a terra la potenza di un motore potente ed elastico al tempo stesso, assecondato da Mike Smith che diventa a 52 anni il più anziano jockey tra gli eletti della Triplice. Il più giovane è invece Steve Cauthen, 18enne nel 1978 in sella ad Affirmed.
LA CORONA — Una grande vittoria, che ne vale tre e un’altra ancora, immensa, al tempo stesso. Justify è il 13° eroe della Triple Crown del galoppo americano, battezzata nel 1919 da Sir Barton. E lo diventa da imbattuto (dopo 6 corse, la prima solo 112 giorni fa) come solo Seattle Slew in passato. E senza aver corso a 2 anni, come mai nessuno prima. Triple Crown, ovvero tre corse da vincere in poco più di un mese. Il Kentucky Derby di Louisville, le Preakness di Baltimora e, appunto, le Belmont di New York con la loro trappola infernale lunga 2400 metri, 400 in più rispetto alle due prove precedenti, lungo i quali si sono infranti i sogni di 23 sventurati vincitori delle prime due tappe.
PRIMA MALEDETTO — In questo baratro di frustrazione era caduto anche Bob Baffert, l’allenatore di Justify. A New York, nel 1997, il grigio Silver Charm finì battuto da Touch Gold dopo una monta poco ispirata di Gary Stevens, il miglior fantino del mondo. Dodici mesi più tardi, Real Quiet galoppava ai 300 finali con 10 lunghezze di vantaggio sul gruppo, dal quale si materializzò all’improvviso la sagoma di Victory Gallopp, un missile capace di folgorarlo di un muso sul traguardo. Infine nel 2002 la conferma, se ce ne fosse stato bisogno, dell’infinita maledizione che durava dal 1978 (Affirmed). War Emblem sembrava imbattibile, ma alla sgabbiata entrò in collisione con un avversario, quasi cadde, riprese a galoppare ma alla fine non andò oltre l’ottavo posto su 11. Un cavallo bruciato. Diventò stallone in un allevamento giapponese dopo passaggio di proprietà al costo di 13 milioni di dollari e riuscì a ingravidare pochissime fattrici a causa di una conclamata omosessualità.
PROFETA — Ma alla fine Baffert l’ha spuntata. La prima volta tre anni fa con American Pharoah, 12° eroe dopo Affirmed. Una liberazione per tutto lo sport dei purosangue, da un sortilegio definitivamente sconfitto dalla tripletta di Justify che consegna il 65enne trainer nato in Arizona alla leggenda anche come duplice vincitore della Corona, assieme a Jim Fitzsimmons regista dei capolavori ormai lontani di Omaha (1930) e Gallant Fox (1935). Con Fitzsimmons, Baffert fa parte dell’elite americana di tutti i tempi, assieme ad altri santoni del calibro di Charles Whittingham, Wayne Lucas, Bil Mott e Todd Pletcher, rispetto ai quali ha ancora una parabola ascendente. I numeri sono freddi, ma agli americani piacciono da matti. Sono testimoni rigorosi e nel caso della «volpe argentata» parlano chiarissimo. In carriera i suoi cavalli hanno disputato 12.700 corse e ottenuto 2852 vittorie, 2130 secondi posti, 1750 terzi. Cioè oltre il 50% per cento di riuscita nei primi tre posti, che si traduce in quasi 278 milioni di dollari in premi, al traguardo. Ma gli stessi numeri diventano caldissimi se riempiti dai nomi. Di campioni e grandi corse. Baffert negli Stati Uniti ha vinto tutto. Due Triple Crown, ovvio. Ma più volte le corse che la compongono: 5 Kentucky Derby, 7 Preakness e tre Belmont. E poi le prove della Breeders’ Cup, storico confronto tra il galoppo statunitense e quello europeo. Quattordici tacche, tre nel Classic da 5 milioni (le Belmont ne mettevano in palio 1,5) sbancato nel 2015 proprio con American Pharoah. Fuori dai confini si è invece avventato sulla Dubai World Cup portata a casa tre volte, una col «maledetto» Silver Charm nel 1998. Era la corsa più ricca al mondo coi suoi 10 milioni di dollari, ma i 12 della Pegasus World Cup a stelle e strisce l’hanno superata dal 2017, quando la prima edizione se l’è accaparrata proprio Baffert con Arrogate.
DAI QUARTER — Un mostro, il cui nome compare per la prima volta nelle classifiche degli allenatori nel 1979, quando i suoi cavalli portarono a casa 367 dollari. Fino a quel momento, aveva lavorato con i quarter horse, i velocissimi quadrupedi impegnati in corse sui 400 metri. Li aveva amati da bambino in Arizona, aveva iniziato a montarli in corsa da ragazzo e poi li aveva allenati, prima di tentare il grande balzo.
PARLANO LORO Unico, piccolo neo, la scarsa originalità nelle interviste infarcite di frasi fatte: «Gran cavallo, sto vivendo un sogno, ringrazio i proprietari» e via di seguito. Caro Bob, meglio far parlare i tuoi cavalli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *