È morto Ermanno Olmi Amava Schumi e la vita


È morto ad Asiago, circondato dalla sua famiglia, il grande regista Ermanno Olmi. Aveva 86 anni ed era stato ricoverato tre giorni fa per l’aggraversi della malattia che lo aveva colpito tempo fa. Regista autodidatta e figlio di un ferroviere, era nato il 24 luglio 1931 a Bergamo e si distinse come pioniere nel campo del documentario, per poi continuare a sperimentare sempre nuovi linguaggi visivi e non solo nel cinema. Tra i suoi grandi successi “L’albero degli zoccoli”, “La leggenda del santo bevitore” e “Il mestiere delle armi”. Con quest’ultimo film nel 2001 prese parte al Festival di Cannes e al rientro dalla Francia concesse alla Gazzetta un’intervista, uscita il 26 maggio 2001, tra il suo tifo per la Ferrari e per Schumacher e il senso stesso della vita. Riproporla è il nostro modo per ricordarlo.
All’attacco in Costa Azzurra. Una settimana fa ci ha provato Giovanni delle Bande Nere, a Cannes; ora tocca a “Michele dalle auto rosse”, a Montecarlo. “I due si assomigliano”, assicura Ermanno Olmi, il grande regista de “L’albero degli zoccoli”.
Giovanni de’ Medici, soldato di ventura passato alla storia col soprannome di Giovanni dalle Bande Nere, è il protagonista del film che Olmi ha presentato al Festival del Cinema di Cannes: “Il mestiere delle armi”. La Palma d’Oro è andata a “La stanza del figlio” di Nanni Moretti, ma il film di Olmi è stato apprezzato dalla critica e ha avuto un’ottima accoglienza nelle sale italiane.
“Una bella sorpresa – sorride il regista -. Pensavo di fare un discorso solitario a pochi intimi che sulle panchine guardano passare la vita… Invece, forse, è passato il messaggio. Nulla, meglio della morte, insegna il valore dell’esistenza. I primitivi, costretti al buio della notte, apprezzavano l’alba più di noi”.
Nella pace della sua casa di Asiago, al confine del bosco, Olmi vedrà domani il GP di Montecarlo. Tifando per Schumi che ha il cuore del suo Giovanni.
Perché Giovanni de’ Medici e Schumacher si assomigliano, signor Olmi?
“Sono due modelli eroici. Nel Cinquecento l’esistenza era lavoro nei campi, sudditanza dei potenti, una precarietà che rendeva insignificante la vita stessa. Unica alternativa era ‘andare al soldo’, partire per la guerra e tornare con un gruzzolo. Oggi la ‘massa’ crea un analogo senso di solitudine, di perdita dell’identità da riscattare attraverso eroi che realizzano le nostre aspirazioni. Chi impugnava una spada voleva essere Giovanni, chi è al volante di una scassata Cinquecento: Schumacher”.
Ma Giovanni scannava, Schumi guida.
“Giovanni all’ inizio era poco raccomandabile, a 12 anni ha già passato a fil di spada un uomo, ma quando, a 18, crea il suo primo esercito e ha la responsabilità di altri uomini acquista un rigore etico assoluto. Non concepisce il tradimento. Al prete che lo confessa in punto di morte dice: ‘In vita ho sempre cercato di fare il mio dovere di soldato, come avrei fatto il mio dovere di prete’. Combatte anche quando il Papa non gli manda i soldi, paga di tasca sua i soldati. Un calciatore che guadagna un miliardo al mese non ha la stessa concezione morale della sua professione: giocherebbe senza stipendio? Giovanni era di un rigore etico assoluto nel rispetto della ‘nobile arte della guerra’. Non era un guerrafondaio”.
“Mestiere” non occupazione.
“Infatti. ‘Mestiere’ delle armi: nel senso medievale di ‘arti e mestieri’. Giovanni e Schumi sono i campioni della loro arte, quelli che sanno andare al limite: osare di più in battaglia, frenare più vicino alla curva. Nel momento in cui si calano l’elmo o il casco sanno di poter morire. È qui che più sono vicini. Eroi visibili oltre la corazza, uomini con un ideale. Un calciatore non rischia la vita, noi al volante possiamo limitare il rischio, Schumacher no: la sua arte gli impone di andare al limite. Come ogni arte. Anche Picasso avrebbe potuto dipingere la vecchina che esce dalla chiesa, invece ha spinto il pedale fino in fondo”.
Giovanni viene tradito dalle nuove armi, Schumi invece cavalca la tecnologia.
“Non esiste Schumacher che cavalca da solo la tecnologia, ma una squadra di tecnici che cura ogni singolo aspetto della macchina. Deve fidarsi di loro. Da soli riusciamo a cavalcare il pallottoliere, la riga e la squadra, ma già davanti a un semplice pc io vedo facce stupite per una schermata imprevista. Alboreto è morto provando una nuova soluzione. L’ evoluzione tecnologica è sempre più veloce della coscienza che abbiamo delle nostre scoperte”.
Giovanni a mani nude davanti a un avversario sapeva di essere il più forte. Schumi se sale su una Minardi perde.
“Un tempo l’eroe aveva più margine nella strategia. Giovanni, davanti a 16 mila Lanzichenecchi, non può cercare lo scontro in campo aperto. Sarebbe come guidare una Minardi contro una Ferrari. Allora usa tecniche di guerriglia, taglia i vettovagliamenti, sfrutta la neve della pianura padana, cerca di eliminare il loro capo. Oggi l’eroe Schumi ha meno margine, ma in quel margine il rischio è altissimo”.
Schumi è al soldo degli italiani, che però faticano ad amarlo: snobba la nostra lingua, si mostra freddo.
“Ciò non toglie nulla all’eroe. Anzi. Greta Garbo era molto più amata delle dive di oggi, eppure aveva una vita privata inaccessibile”.
Gli italiani amavano un Brancaleone come Irvine.
“Perchè più a portata di mano, puoi dargli una pacca sulla spalla in discoteca. Ma è un’altra cosa. L’eroe vero è Schumacher, infatti in corsa sono tutti con lui. Anche Giovanni era soprattutto temuto e rispettato. Erano le donne ad amarlo”.
Schumi è tutto per Corinna, non dà mai scandalo.
“Dopo la corsa prende l’elicottero e in 5 minuti è a casa. La sua donna è ai box. Quella di Giovanni stava a casa a curare le terre, lui, in mesi di trasferta, incrociava prostitute e si trascinava dietro gentaccia. Aveva urgenze da marinaio”.
A Jerez, nel ’97, Schumi cercò di fare fuori Villeneuve con una scorrettezza. Giovanni cos’avrebbe detto?
“Un pilota mette in gioco interessi enormi, non solo suoi; il sovraccarico di pressioni è un’autostrada per la corruzione della ‘nobile arte’. Non lo giustifico, cerco di capire la sua scelta. Giovanni serviva il Papa, anche lì ballavano interessi enormi, ma Giovanni era Giovanni. Io dico che quella sportellata non l’avrebbe mai data. Aveva un rispetto assoluto per le regole della sua arte”.
Il sorpasso di Zeltweg a Barrichello?
“Stesso discorso. C’è in gioco l’ eroe, ma anche un mercato d’interessi. In un’olimpiade dell’automobilismo non sarebbe successo, ma all’olimpiade si va a piedi”.
Giovanni serviva il Papa, Schumi serve Agnelli.
“I campioni migliori scelgono il miglior offerente”.
Montezemolo è Federico Gonzaga?
“No, Federico è amico di Giovanni, ma poi lo inguaia, conosce gli intrighi politici. Montezemolo è il Duca di Urbino”.
Montezemolo ha rifiutato l’avventura politica.
“Considero Montezemolo uomo di grande sensibilità. Ricordo che commentò con favore un mio elogio della lentezza e delle pause. La sua sensibilità non può abbassarrsi ai mezzucci della politica”.
Il cinema nella guerra ci sguazza. Lei non indugia, inquadra l’eroe sconfitto.
“In guerra non esistono guardoni. A me interessa vedere come esce l’uomo dalla guerra. Gli uomini usciti dal Vietnam hanno cambiato l’America. La speranza è che l’uomo, in questo nuovo millennio, trovi finalmente forme più civili e etiche per farlo, come la competizione scientifica e culturale. Un tempo nacquero tornei, dove sopravviveva l’arte della guerra, ma non c’erano più morti. Oggi facciamo il contrario: carichiamo di violenza lo sport e si muore negli stadi. Penso a Tibullo: ‘Chi è lo scellerato che ha inventato la spada?’. È scellerato l’uso non la spada. Non è scellerata la macchina, ma chi imita Schumacher, ubriaco, dopo la discoteca”.
Lo farebbe un film sull’ultima settimana di Senna?
“Non ho le conoscenze sufficienti per scegliere il soggetto, ma, ripeto, il pilota è l’eroe moderno e quindi m’interessa”.
Il suo rapporto con l’auto?
“È mia moglie. Le dico: metti la freccia, gira, frena! È la mia vittima. Dopo la malattia, non guido più. Ho amato le moto: Lambretta, Vespa, ma arrivato alla Honda, mia moglie si spaventò: ‘O la vendi o divorzio’. Avevamo già 3 figli”.
Segue la Formula 1?
“Sì. Tanti anni fa sono anche stato a Imola. Per problemi di bilancio domestico feci qualche carosello pubblicitario. Ripresi dei test della Ferrari. Giravano in pista Jacky Ickx e Chris Amon. Ricordo i meccanici che con dei forbicioni tagliavano le lamiere e le rimontavano. Provavano soluzioni aerodinamiche. C’era anche Enzo. Non parlava, ma capivo che non gli sfuggiva nulla. Alla fine parlammo di Rossellini, cui aveva appena dato una Ferrari per una gara di gentlemen, e mi domandò che macchina avessi. Risposi: ‘Una Citroën’. E lui disse due cose secche: ‘La Citroën è la macchina più sicura del mondo, la Cinquecento la più rivoluzionaria'”.
Se Montezemolo la invitasse a un gran premio?
“Sarei emozionatissimo”. –
Consiglia a Schumacher la visione del suo film?
“Si riconoscerà nell’animo eroico di Giovanni».
Moretti ha vinto il Festival a anni 47 anni, l’età che aveva lei quando trionfò con “L’ albero degli zoccoli”.
“C’era in gara anche Marco Ferreri che mi aspettò a Cannes per bere un bicchiere insieme. Una lezione di vita: meglio condividere la gioia del vincitore che covare invidia da solo. Io ho apprezzato la prova di maturità di Moretti, lui m’ha detto che considera ‘Il mestiere delle armi’ uno dei miei film migliori. Ci siamo incontrati sul tema della morte. A un certo livello di riflessione non c’è più gara, nè cinema, c’è sintonia d’anime. Affinità elettive”.
Schumi come Moretti a Montecarlo?
“Schumi comunque ha già vinto. Gli eroi vincono sempre, anche quando perdono una corsa o muoiono in battaglia. Anche il pilota della Minardi è un eroe”.

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